Fabrizio Corona – Quando il colpevole non basta più

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Ogni società definisce se stessa anche attraverso ciò che decide di escludere. Stabilire ciò che è inaccettabile serve a rafforzare l’idea di normalità e a rendere leggibile l’ordine collettivo. In questo processo, la figura del “colpevole” assume una funzione che va oltre il diritto o la morale: diventa uno strumento simbolico di delimitazione e controllo.

Tuttavia, nel contesto contemporaneo, questo meccanismo mostra crepe evidenti.

Esistono figure pubbliche che, pur attraversando sanzioni, cadute e stigmatizzazioni, non vengono mai realmente neutralizzate. Non scompaiono dal discorso pubblico, non si dissolvono nell’oblio, non perdono centralità. Continuano a generare attenzione e polarizzazione non perché incarnino modelli positivi, ma perché risultano difficilmente assimilabili all’ordine che tenta di contenerle.

Il caso di Fabrizio Corona è significativo non tanto per la sequenza dei procedimenti giudiziari, che restano materia per i tribunali, quanto per ciò che accade dopo la punizione. Ogni sistema punitivo presuppone una conclusione: la chiusura della vicenda, la fine del racconto. Quando questa chiusura non avviene, il problema non riguarda più il singolo individuo, ma l’efficacia del dispositivo che avrebbe dovuto renderlo irrilevante.

Nel linguaggio pubblico attuale, la colpa non svolge più soltanto una funzione sanzionatoria. Serve a indicare un limite, a costruire un esempio negativo, a orientare il comportamento collettivo. Ma quando chi viene designato come colpevole continua a occupare spazio simbolico, la colpa perde il suo carattere risolutivo e assume un significato diverso: invece di chiudere, espone; invece di cancellare, fissa.

Non si tratta di assolvere o giustificare. Si tratta di riconoscere un dato strutturale: l’oblio non è più garantito.

In passato, le forme di centralità sociale si fondavano su investiture riconosciute, su eredità, su titoli. Oggi, in assenza di legittimazioni formali, emergono centralità informali, spesso scomode e non dichiarate. La persistenza mediatica, la capacità di resistere al logoramento, il ritorno continuo nello spazio pubblico diventano criteri di riconoscimento simbolico, indipendenti dal giudizio morale.

In questo scenario, strumenti tradizionali come il carcere, la caduta pubblica o la stigmatizzazione mediatica non sempre producono una chiusura narrativa. In alcuni casi, accade l’opposto: rafforzano la figura che avrebbero dovuto ridimensionare. Il corpo punito rientra nella scena pubblica e con esso riemerge un conflitto irrisolto tra individuo e struttura.

Resta allora l’ultima risorsa del sistema: il tempo. L’attesa che l’attenzione si spenga, che l’interesse si sposti, che una nuova figura prenda il posto della precedente. Ma anche il tempo, talvolta, fallisce il suo compito. Invece di consumare, accumula. Invece di cancellare, sedimenta.

Quando ciò accade, non siamo più davanti a un fatto episodico o a uno scandalo passeggero, ma a una traiettoria. E le traiettorie, a differenza delle notizie, non si chiudono con una data o con una sentenza.

Analizzare queste dinamiche non significa schierarsi a favore o contro qualcuno. Significa interrogarsi sui limiti del potere punitivo, sul ruolo del linguaggio pubblico e sulla trasformazione della colpa in segno persistente. In definitiva, significa accettare che alcune figure, nel bene o nel male, diventano elementi necessari del racconto che il sistema fa di se stesso.

Forse la domanda più rilevante non è perché certi personaggi continuino a tornare.
La domanda davvero scomoda è un’altra: perché il sistema non riesce più a farli finire.

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MARCO PILLA
MARCO PILLAhttps://titolinobiliari.com/chi-sono-marco-pilla/
Marco Pilla nasce a Pavia il 24/09/1981 da famiglia d’alta borghesia, tra i quali il nonno materno Cremonesi Vincenzo, vecchio forgiatore, dal quale apprenderà l’antica arte della manipolazione dei metalli. Sin da adolescente si distingue dai suoi coetanei per la sua capacità manuale, creando i suoi primi oggetti in ferro ,tutto ciò sempre sotto la stretta osservanza del nonno. “Da quando ero ragazzino ad oggi non e cambiato nulla sen non l’aspetto fisico, ho sempre la stessa voglia di fare e di scoprire cose nuove per questo spesso sono in volo per il mondo. Questi miei continui viaggi ,mi danno la possibilità di apprendere in continuazione informazioni che permettono alla mia persona di aumentare sempre di più il bagaglio tecnico/culturale, anche perché io credo, anzi ne sono convinto, che all’interno di ogni essere umano ci sia una sorta di libreria, e che ognuno di noi abbia il dovere di riempirla nell’arco dei suoi giorni il più possibile, per se e per le persone che lo circondano.” Iscritto nel registro dei periti araldici presso la commercio di Pavia, iscrizione n. 253 dell’11.1.2021 C.T.U. presso il tribunale di Pavia in genealogia e scienze documentarie https://www.tribunale.pavia.giustizia.it/it/Content/Ctu?professione=-1&specializzazione=110332&idCP=85691 Inserito nella sezione artisti della celebre “Tota Pulchra”, associazione di promozione sociale, nata l’8 maggio del 2016 da un’idea di Monsignor Jean-Marie Gervais, Presidente della stessa Associazione e Prefetto Coadiutore del Capitolo Vaticano. https://totapulchra.org/index.php/chisiamo/artisti/781-marco-pilla

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