Francesco Fusaro , SCRITTORE

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INTERVISTA ALL’ AUTORE

 

 Com’è nata la sua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata in un momento in cui avevo più domande che risposte. Fin da bambino ho sempre avuto la sensazione che le parole potessero trattenere ciò che la vita, nella sua fretta, tendeva a portarsi via. Crescendo, ho scoperto che scrivere non era solo un modo per raccontare, ma anche per ascoltare: ascoltare ciò che dentro di me bussava da tempo, ciò che avevo paura di guardare in faccia.
La scrittura è diventata un rifugio, una bussola e, in certi momenti, perfino una cura. È come se ogni frase che nasce avesse la forza di illuminare una parte di me che non conoscevo ancora. Da allora non ho più smesso: scrivere è diventato il mio modo di restare al mondo in modo autentico e profondamente umano.

Di cosa parla il libro?

Il libro parla di mia madre, scomparsa prematuramente, e del vuoto immenso che la sua assenza ha lasciato. Ma non è solo un racconto di perdita: è un viaggio attraverso i ricordi, i gesti quotidiani che diventano eterni, le parole non dette che ancora vibrano, le piccole cose che, dopo la sua morte, hanno assunto un valore simbolico e struggente.
È un libro che nasce dal dolore ma si nutre di amore. Un tentativo di restituire vita a ciò che la vita ha strappato troppo in fretta. Ogni pagina è un atto di presenza verso chi non c’è più, ma continua ad abitare con forza le mie giornate.

Qual è il suo autore preferito?

Non è facile scegliere un solo autore, perché ogni libro arriva nel momento in cui hai bisogno di ascoltarlo. Ma se penso a chi ha lasciato una traccia profonda nel mio modo di scrivere e sentire, non posso non citare Annie Ernaux. Di lei ammiro la capacità di guardare la propria storia con una sincerità quasi disarmante, la potenza con cui trasforma la memoria in qualcosa di universale, senza mai perdere delicatezza.
I suoi libri mi hanno insegnato che l’esperienza personale non è un limite, ma un ponte. Che la verità emotiva, quando raccontata con rispetto, può toccare chiunque. Forse è per questo che l’ho eletta a bussola: perché ogni pagina che scrive ricorda quanto sia necessario avere il coraggio di dire la propria verità.

Che messaggio pensa di trasmettere al lettore?

Spero che, leggendo questo libro, chiunque possa sentirsi meno solo. Il dolore, quando arriva, ha la capacità di chiuderci in stanze silenziose, ma la scrittura può aprire finestre. Vorrei che il lettore comprendesse che la perdita non è solo un punto finale, ma anche un luogo da cui ricominciare, seppur con passi incerti.
Il messaggio che desidero trasmettere è che le persone che abbiamo amato non scompaiono davvero: si trasformano in gesti, in ricordi, in quella forza inspiegabile che ci spinge avanti anche quando non ne avremmo voglia.
E, soprattutto, vorrei che ognuno trovasse nel libro un frammento di sé, qualcosa che gli permetta di riconoscere la propria vulnerabilità come una forma di coraggio e non di debolezza.

Quali sono i suoi progetti futuri?

I progetti futuri nascono dal desiderio di continuare a esplorare le emozioni umane nelle loro forme più autentiche. Sto lavorando a un nuovo manoscritto che parla di cura: non solo quella che offriamo agli altri, ma quella più complessa e spesso rimandata che dobbiamo imparare a dare a noi stessi.
Sto anche raccogliendo testimonianze, ricordi, frammenti di vite altrui che mi piacerebbe trasformare in una serie di racconti brevi, ognuno dedicato a un’emozione che troppo spesso cerchiamo di nascondere.
E, in fondo al cassetto, sta crescendo il desiderio di un progetto più ampio: un libro che intrecci memoria, identità e famiglia, per capire quanto del nostro presente continui a essere plasmato da ciò che credevamo perduto.
Scrivere, per me, è un modo di restare fedele alle persone e ai momenti che mi hanno formato. Finché avrò qualcosa da raccontare, so che il mio viaggio non sarà finito.

 

 

Di Manuela Montemezzani

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