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Abbiamo chiesto alla dr.ssa Ludovica Azzola – neo-specializzata in medicina del lavoro all’Università di Pavia e operante nella ASL di Savona – e al dr. Giuseppe Leocata – medico pensionato – di illustrarci quanto emerso dallo studio effettuato dalla prima in merito a ‘migrazioni e lavoro’. In questo si traccia un percorso a 360 gradi sulle emigrazioni e le immigrazioni dal 1900 e si offre un quadro del lavoro dei migranti in una provincia del nord Italia e che può essere lo specchio di quanto avviene nel nostro Paese.
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Citando Paul Rivet, all’ingresso all’ingresso del Museo Antropologico di Città del Messico: “Ogni essere umano dovrebbe comprendere e sapere che a tutte le latitudini e longitudini, altri esseri umani, indipendentemente dal colore della loro pelle o dalla forma dei loro capelli, hanno contribuito a rendere la loro vita più dolce o più facile” e la frase di un po’ di anni fa’ del Cardinale Roger Etchegaray: “Siamo tutti discendenti da migranti”.
Ritornando indietro nella storia, possiamo affermare che l’emigrazione italiana nel secolo scorso è stata un mosaico complesso di sacrifici, sogni infranti e successi inattesi. E, nel considerare queste vicende, dovremmo trovare una nuova comprensione delle migrazioni odierne, riconoscendo nei volti dei nuovi arrivati le stesse speranze e paure che hanno animato i nostri antenati.
Quando oggi si parla di fenomeno migratorio in Italia, si tende a pensare all’immagine iper- mediatizzata dei “barconi stipati di persone nel Mediterraneo”, all’oscillazione isterica del dibattito pubblico tra accoglienza e respingimenti, alla grammatica sempre più schematica con cui il discorso viene imbrigliato in dicotomie politiche.
La migrazione in Italia, tuttavia, è una dinamica persistente che ha attraversato secoli, muovendosi in una danza non lineare tra partenze e arrivi, tra esodo e ospitalità, tra l’essere periferia ed esserne il centro. Mentre il dibattito si consuma su accoglienza e respingimenti, sui numeri, sulle percentuali, sui costi e i benefici, l’integrazione avviene, comunque e spesso, senza clamore, senza proclami. Le economie locali sono divenute dipendenti ormai dalla manodopera straniera, le scuole sono sempre più frequentate da studenti con cognomi che non rientrano nel repertorio tradizionale, le culture si sono mescolate nelle abitudini quotidiane. L’Italia di oggi si sta trasformando.
Il nostro Paese, nel corso degli ultimi venti anni, ha vissuto una sorta di improvviso risveglio dalla sua illusione di essere una terra di sola emigrazione; al 1° gennaio 2024 gli stranieri residenti in Italia sono circa 5.000.000, il 9% della popolazione complessiva. Si tratta di una popolazione significativamente più giovane – età media di 35,7 anni contro i 46,9 degli italiani. Nel 2023, la presenza straniera nel mercato del lavoro italiano si attestava intorno ai 2.374.000 occupati, oltre il 10% della forza lavoro complessiva; tra questi, quasi un milione erano donne, che navigano un panorama di disuguaglianze multiple: il tasso di occupazione per le donne straniere è del 48,7%, mentre quello maschile si aggira sul 75,6%”; cifre che, a confronto con quelle degli italiani (69,9% per gli uomini e 53% per le donne), restituiscono un quadro di iper-lavoro per gli uomini stranieri e di doppia penalizzazione per le donne.
Mentre i discorsi pubblici abbondano di retoriche sulla “sostituzione etnica” e sulla presunta invasione, la realtà demografica racconta un Paese in invecchiamento rapido, che senza i nuovi arrivi rischierebbe di vedere la propria forza lavoro collassare sotto il peso del proprio sistema pensionistico. Quello che emerge, dunque, è un paradosso tipicamente italiano. Da un lato, un discorso pubblico ossessionato dall’immigrazione come problema e, dall’altro, una realtà statistica che racconta una storia completamente diversa: senza i migranti, l’Italia sarebbe già entrata da tempo in una fase di declino demografico irreversibile. Già qualche anno fa’, il ministro Giorgetti – leghista – dichiarava che con l’attuale indice di denatalità nel 2042 (non così lontano) l’Italia avrà un Prodotto Interno Lordo (PIL) del -18% (cioè il fallimento del nostro Stato).
Lo studio si basa su un’analisi descrittiva retrospettiva degli infortuni occorsi e registrati nella provincia di Savona nel periodo di osservazione che copre un intervallo temporale di circa 5 anni, nello specifico dal 1° gennaio 2020 al 20 gennaio 2025. Riguardo alle fonti, i dati sono stati raccolti dalla banca dati dello SPSAL (Servizio di Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro) della provincia di Savona, nell’ambito dell’ASL2 savonese di competenza.
Durante i cinque anni oggetto del presente studio sono stati registrati nel savonese un totale di 2.000 infortuni sul lavoro, di cui 437 (21,85%) hanno riguardato i lavoratori migranti e 1.563 (78,15%) i lavoratori italiani. I cittadini stranieri costituiscono il 9% della popolazione, tuttavia rappresentano quasi il 22% totale degli infortunati, indicando una maggior incidenza di infortuni nella popolazione migrante rispetto alla popolazione generale.
Riguardo la distribuzione per genere, la percentuale di infortuni nelle donne migranti è del 19,72% rispetto agli uomini migranti (365 uomini e 72 donne), mentre nelle donne italiane è il 55.06% rispetto agli uomini stessi (1008 uomini e 555 donne): ciò può indicare un maggior tasso di disoccupazione nelle donne migranti rispetto a quelle italiane.
Inoltre, in entrambi i gruppi (migranti ed italiani) la percentuale di infortuni nelle donne è minore rispetto agli uomini: ciò potrebbe essere legato sia ad un maggior tasso di disoccupazione femminile come anche all’effettuazione di mansioni meno gravose da parte della percentuale femminile.
Andando ad osservare la curva della distribuzione per fasce di età è eclatante che la popolazione italiana che lavora sia una popolazione sempre più anziana, con un picco che si situa nella fascia di età 51-60 anni. Gli infortuni nella popolazione migrante, invece, sono preminenti anche nelle fasce 31-40 anni e 41- 50 anni. In questo si può leggere il riflesso dell’andamento della piramide demografica italiana, con una tendenza a una riduzione dei tassi di natalità e l’età media della popolazione che aumenta di anno in anno. Savona, in specifico, è la città con l’età media di popolazione più alta d’Italia e ciò si riflette anche sulla percentuale migrante.
Riguardo alla gravità degli infortuni, si osserva che:
– tra i migranti abbiamo lo 0,9% di deceduti contro lo 0,5% degli italiani,
– la prognosi media è di 44,96 giorni nei migranti e di 46,12 giorni negli italiani.
La percentuale di infortuni mortali è il doppio nei migranti rispetto alla popolazione italiana e spesso legata a barriere linguistiche ed anche a grosse carenze nei corsi di formazione- informazione- addestramento, oltre che al lavoro nero e alla scarsa tutela della salute da parte di alcuni imprenditori.
I dati nazionali INAIL, aggiornati al 2023, riportano che il “16,2% degli infortuni denunciati coinvolge lavoratori stranieri, pur rappresentando questi solo il 10,5% della forza lavoro”. A ciò si aggiunge la dimensione di genere. Le donne migranti impiegate nel lavoro di cura – prevalentemente informale e svolto in ambito domestico e spesso invisibile agli occhi del legislatore – subiscono un’intersezione di rischi biologici e da movimentazione carichi (infezioni, esposizione a fluidi e sollevamenti ripetuti), psicosociali (isolamento, turni notturni, precarietà economica), e giuridici (assenza di contratti, ricatto abitativo o sessuale).
La letteratura internazionale ha riconosciuto questo fenomeno come “un’emergenza non più rinviabile”. I dati raccolti nella provincia di Savona – con il loro linguaggio asciutto e numerico, a tratti anestetico – mostrano con chiarezza che il rischio non è distribuito equamente. E questo non perché i migranti abbiano un destino sfavorevole inscritto nei cromosomi, ma perché occupano luoghi lavorativi dove la tutela è ridotta all’osso, dove la formazione è rituale, dove il Medico Competente aziendale entra in scena troppo tardi, quando la lesione è già avvenuta e il tempo per prevenire si è dissolto, poi il tutto passa nell’oblio in attesa di un nuovo evento drammatico.
Questa non è, e non può essere, solo un’analisi epidemiologica. È un’indagine su come il diritto alla salute si traduca – o non si traduca – nella pratica.
Le raccomandazioni operative emergenti da questa analisi sono le seguenti:
1. Introduzione obbligatoria di percorsi di formazione differenziata, con materiale multilingue, validato per livello di alfabetizzazione e provenienza geografica.
2. Presenza strutturale di mediatori interculturali nei processi di sorveglianza sanitaria e nei corsi di formazione sulla sicurezza.
3. Creazione di banche dati epidemiologiche disaggregate per etnia, genere, settore e status giuridico.
4. Attribuzione al Medico Competente di funzioni integrative nella rete territoriale dei servizi di prevenzione, in sinergia con ASL, medici di medicina generale, enti ispettivi, associazioni dei lavoratori e organismi sindacali.
La medicina del lavoro, se vuole essere all’altezza della complessità contemporanea, deve trasformarsi e non soltanto aggiornando i propri strumenti clinici, ma ampliando la propria vocazione narrativa: ascoltando, interpretando e rendendo visibile ciò che il dato aggregato tende a oscurare. Non si tratta più solo di prevenire incidenti, ma di sottrarre i corpi alla logica dell’invisibilità, restituendo loro, attraverso la medicina, il diritto alla piena cittadinanza sanitaria.
Possiamo concludere con le parole piene di fiducia di Yutang Lin: “La speranza è come una strada nei campi: non c’è mai stata una strada nei campi, ma quando molte persone vi camminano la strada prende forma”.






