Cultura e Musica

Happy Birthday, Barbarah

Ventotto anni fa ricevetti la mia prima Barbie: già elegante e colma di accessori, familiari e amici, edifici in cui abitare, spazi in cui lavorare o svagarsi. Adoravo, crescendo, quel mondo, che creavo parallelo: tutto era gestibile, potendo far emergere la mia fantasia e senza critiche.

Quando frequentai la scuola elementare e imparai a leggere, iniziai a collezionare il suo mensile, di cui conservo ancora gelosamente quasi tutte le copie: pochi anni dopo uscì una versione più adatta alle bambine dell’età prescolare, ma qualche numero lo comprai ugualmente.

In aula, non mancava il materiale scolastico dell’omonima bambola: infatti, il mio primo zaino, fu proprio della Mattel, la sua azienda produttrice.

Oggi, Barbie ha compiuto 62 anni, ma non li dimostra: anzi, è in continua evoluzione e, proprio in questo decennio, in cui si stanno mobilitando un elevato numero di messaggi per l’emancipazione femminile, l’azienda sta sposando, come le è possibile, questo progetto e, ora, i modelli venduti sono molto differenti.

Il fenomeno Barbie è nato nel 1959, ma la sua larga diffusione su scala giunse, in Italia, dopo gli anni Settanta.

I primi modelli erano impeccabili, ma così “impeccabili” da sembrare freddi e distanti, come oggetti da collezione: dieci anni dopo, la bambola, assunse, pur sempre con tratti “signorili”, un’espressione e un colore della pelle più naturale. Gli outfit, utilizzando un termine all’epoca sconosciuto, avrebbero seguito le mode del momento. È stata creata anche una linea di abbigliamento per bambine ed era reperibile anche dalle pagine di promozione, inserite nel mensile, prima citato.

Barbie ha accompagnato noi Millenials fino alle scuole medie, mentre, oggi, lo smartphone, fosse almeno con le applicazioni a esse dedicata, ruba già la voglia di giocare in modo manuale e di interagire fisicamente a 7/8 anni. Quel fascino che si creava non appena ci si immergeva tra le bambole e i giocattoli che rientravano nella loro “cornice”, dopo i compiti, era come sbarcare su un altro pianeta, che apparteneva soltanto a te e a eventuali amiche, in cui, a seconda del tuo umore e delle tue ambizioni, ne avevi il pieno controllo.

Come molte altre aziende di giocattoli, a fine anni Novanta, sbarca sul multimediale e sentire una vocina metallica, che, dall’altra parte dello schermo, si complimenta per come hai truccato il viso della bambola provocava lo stesso effetto dell’uomo sbarcato sulla Luna.

Ora, invece, è quasi scontato che il protagonista del gioco comunichi con il giocatore.

A trent’anni compiuti, ho scoperto l’esistenza di molte pagine e di gruppi ad essa dedicati, con mie coetanee, alcune madri, che provano molta nostalgia e che non fanno mancare alle figlie le stesse emozioni che abbiamo provato noi.

Oggi, per soddisfare le ampie campagne di integrazione, si possono trovare molti modelli: dalla cosiddetta curvy a quella disabile o a quella con un aspetto e una carriera che la società riconosce in un genere maschile. In realtà, molti passi avanti furono già compiuti nella seconda metà degli anni Ottanta, quando vennero create Barbie con la pelle di diverso colore: da allora, non vi furono più ampi cambiamenti in fatto di fisionomia e personalità. Con queste nuove e significative prese di coscienza, da una concezione ormai ancestrale, era ora di “allargare gli orizzonti” e la Mattel ci ha stupito, come ha sempre fatto.

 

 

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