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KAMIKAZE, VENTO DIVINO

Storia e cenni psicologici relativi ai kamikaze

Nell’ultimo numero della rubrica Liberamente ho scritto del ventennale relativo agli attentati dell’11 settembre 2001. Alcuni lettori sono stati incuriositi dalla figura dei kamikaze, hanno chiesto di avere maggiori informazioni sulla loro psicologia e su cosa li induca ad un gesto così estremo.

Al solito fornirò alcuni spunti non sistematici qui di seguito.

Pur presupponendo la notorietà dell’origine storico filologica del termine, effettuerò una breve sintesi: kamikaze è parola composta di origine giapponese, il significato è vento divino, più precisamente Kami = divinità, ka = inspirare, ze espirare = vento.

Il termine è stato coniato in seguito ad un episodio storico, avvenuto nel 1281. L’imperatore mongolo Kubilai Khan aveva allestito una potente flotta (circa 4000 navi) per invadere l’isola nipponica. La flotta imperiale è stata distrutta da potenti tifoni, secondo i giapponesi, questo fenomeno naturale è stato un segnale della benevolenza divina.

Il fallimentare tentativo di invasione mongola ha decretato l’isolamento del Giappone fino all’arrivo dell’ammiraglio statunitense Matthew Perry e la convenzione di Kanagawa (1854).

Durante la II guerra mondiale è stata istituita la Tokka tai, unità particolare (1944). La creazione di questa forza speciale ha avuto varie motivazioni, principale quella economica: il sacrificio fa risparmiare (precisando che “al parametro” di valore della vita umana deve essere arbitrariamente attribuito un costo economico pari a zero).

A questa necessità operativa, si unisce una mistica della morte, da sempre presente anche nel militarismo e nella tradizione samurai giapponese. Ai kamikaze era affidato il compito di pilotare aerei pieni di esplosivi e schiantarsi contro le corazzate americane, sacrificando così la loro vita per la patria e per l’imperatore.

Attualmente le cronache utilizzano la parola kamikaze attribuita ai terroristi musulmani. Il passaggio di una tecnica militare dal Giappone all’islam sorprende, in quanto le differenze tra le due culture sono notevoli. I musulmani hanno acquisito questa tecnica negli anni ’70, periodo in cui le varie formazioni terroristiche mondiali si riunivano, scambiandosi aiuti, armi, conoscenze e tecniche.

Ogni attentatore suicida esprime peculiari motivazioni soggettive, è quindi difficile delineare un quadro clinico unitario, in quanto la formazione delle schiere dei terroristi risulta particolarmente eterogenea. Tra le fila dei kamikaze sono presenti notevoli elementi culturali e religiosi; l’esperienza musulmana si inserisce in un vuoto, l’islam è religione iconoclasta: priva di rappresentazioni divine. Bisogna quindi considerare quale impatto devastante ha avuto la rivoluzione informatica e la conseguente circolazione delle immagini nel mondo islamico. Il fenomeno richiederebbe un’analisi notevole e articolata, sintetizzando tutto in una frase, possiamo scrivere che: apparteniamo all’era delle immagini, ma sfortunatamente esse sono prive di significato. Gli integralisti religiosi si sono ritrovati a dover colmare una lacerante lacuna, un vuoto enorme. Essi utilizzano spesso la parola rinascita, è un simbolo importante che evoca l’infanzia. I sahib, martiri, sono considerati eroi, per il mondo occidentale invece essi sono solo terroristi. In fondo si è eroi per qualcosa o qualcuno, per molti musulmani abitanti delle periferie europee, l’unico modo di emergere, di esistere è quello di farsi esplodere, una breve intensa fiammata mortifera, una specie di coraggio della crisi: esisto non se vivo ed in base a come voglio indirizzare la mia esistenza, ma solo se uccido me stesso insieme a qualcun altro. Il fallimento della mia vita deve coinvolgere gli altri, i quali ovviamente sono la causa del mio malessere. Hans Magnus Ezensberger ha definito l’attentatore suicida come il perdente radicale, colui che progetta il suicidio di un’intera civiltà. L’attentatore vive di fantasie, si rifugia in esse, spesso ben migliori rispetto a quella che può essere la scomoda e dura realtà. Tra i terroristi islamici la categoria prfessionale maggiormente rappresentata è quella degli ingegneri: circa il 30%. In fondo un lavoro in cui si è abituati a progettare, programmare, regolare, persone a cui potrebbe non piacere la caotica imprevedibilità del mondo.

I terroristi islamici esprimono notevoli contraddizioni: essi sono ritenuti religiosi devoti. Ogni musulmano è chiamato a il jihad, la famosa guerra santa, essa può tramutarsi in guerra esteriore, ma indica anche una lotta con sé stessi e contro la parte più pericolosa ed angosciosa di sé: Il male.

Se si pensa agli attentatori kamikaze, potrebbe sorprendere come la maggior parte di loro abbia trascorso le ultime notti prima degli attentati. Potremmo ipotizzare che abbiano vissuto le ore di attesa in una specie di estasi mistica, dedicandosi a intense preghiere. Da indagini di polizia sappiamo che i giorni prima degli attentati, essi hanno frequentato night club, hotel a cinque stelle e usufruito di una serie di possibilità fornite dal mondo capitalista: notevole contraddizione adottare i benefici di una società che si desidera distruggere e si ritiene corrotta, decadente e totalmente priva di valori spirituali. D’altronde il terrorista pensa costantemente al suo immediato futuro, all’unica enorme gratificazione che può ricevere a breve termine: il funerale maestoso ed il conseguente accesso privilegiato al paradiso, dove migliaia di vergini lo aspettano adoranti. Riguardo alle vergini citate nel Corano, ritengo sia da riportare una precisazione: La parola uri o houri è tradotta con il significato di vergine, pare invece che la sua corretta traduzione sia: uvetta bianca. Dato che le delizie promesse nell’aldilà

sembrano appartenere più alla soddisfazione della gola che della carne, forse è per questo che essi soddisfano il loro desiderio sessuale in anticipo.

Concludo le mie osservazioni riguardanti i kamikaze, ricordando che quando i giapponesi si riferiscono ai terroristi musulmani, utilizzano il termine attentatori suicida e non kamikaze.

Chi desidera porre quesiti od esprimere osservazioni può scrivere al seguente indirizzo email: liberamenteeco@gmail.com

 

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