Attualità

Un’ adolescente nominata Alfiere della Repubblica: Virginia Barchiesi

Una liceale e un progetto molto più grande di lei, ma che sa come gestirlo, con impegno e onore: Virginia Barchiesi è stata nominata Alfiere della Repubblica italiana, premio nazionale per quei giovani, del nostro Paese, che si impegnano per il sociale, ben diversi dalla pessima reputazione che, ormai, da anni, illustra l’adolescente medio italiano.

Gli adulti osservano, con massimo rispetto, questa ragazza, appena maggiorenne, come un esempio da seguire, non per la moda o per le coreografie che creano un seguito sulle applicazioni, ma per il messaggio importante che vuole comunicare alla società.

Young for Unicef è la concretezza di un sogno che, ora, è, in realtà, già conosciuto nelle Marche, regione di cui la ragazza è originaria. Insieme a Virginia, altri 24 ragazzi e ragazze, hanno ricevuto il titolo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Inizialmente, non è stato facile riuscire a mettere in contatto più studenti possibili per comprendere quanto feedback i suoi discorsi e le sue domande avrebbero ottenuto.

La sua ambizione è lavorare nelle Organizzazione delle Nazioni Unite. una nobile professione. Oggi. più di prima, necessaria. con l’auspicio di porre un’enorme pietra sulla parola “guerra”.

Cara attivista, innanzitutto, anche io adoro lavorare con i più giovani e con chiunque sia in difficoltà, ma, in questo caso, il lavoro è reciproco, poiché ci stiamo insegnando valori a vicenda.

L’Unicef è un’associazione nata l’11 dicembre 1946, a New York, e tu, a soli 14 anni, hai già chiesto di offrire il tuo piccolo, ma sincero, contributo.

Come ne sei venuta a conoscenza?

In quel momento, verso la fine del mio primo anno di liceo, ho sentito la necessità di impegnarmi in un’attività di volontariato a servizio della comunità. Ho contattato numerose associazioni impegnate sul campo ma non ho ricevuto risposta da nessuna. Un giorno, quasi per caso, ho visto la targa del Comitato locale UNICEF in una scuola elementare della mia città e, visto che l’ONU era già un sogno per me, ho pensato di scrivere anche a loro e fare un tentativo. Il comitato mi ha risposto dopo poco e così ho cominciato la mia attività di volontaria, insegnando la lingua italiana a bambini migranti e rifugiati.

Quale impatto hanno le notizie abominevoli, perché compiute da esseri umani?

Sicuramente, un grande impatto sulla mia formazione lo ha avuto l’informazione. Grazie alla mia famiglia e al mio ambiente d’origine, fin da piccola ho avuto accesso a una grande quantità di libri, giornali e conversazioni sull’attualità. Ricordo che quando è scoppiata la guerra in Libia i miei genitori e i miei nonni parlavano dell’intervento internazionale, di Gheddafi e sentivamo al telegiornale le notizie di drammatici naufragi di profughi al largo delle coste siciliane. Quello che però mi è stato sempre insegnato, ed è, a mio giudizio, la più grande eredità morale che si possa trasmettere ad un bambino, è l’immedesimarsi sempre nell’altro, il provare empatia, il cercare di capire, a fondo, i motivi dell’azione dell’uomo. Quando impariamo a mettere l’uomo al centro, nessuna notizia diventa distante da noi. Che un fatto drammatico avvenisse in Libia o ad Ancona, la mia partecipazione era invariata, e questo mi ha convinto ad impegnarmi in un’organizzazione che avesse un approccio umanitario e operasse in tutto il mondo.

Non eri ancora nata, quando, negli Stati Uniti, è accaduto l’immaginabile: quel maledetto 11 settembre 2001 ha cambiato una volta per tutte, poiché non è stato il primo attentato della storia, la sensibilità dell’uomo nei confronti del Prossimo sconosciuto. Ora, che ti occupi di questo ambito, cosa ne pensi dell’odio che alcuni stati dell’Oriente provano verso l’Occidente?

Io non credo nell’approccio “scontro fra civiltà”, sia quando si parla di rapporti tra stati sia quando si parla di terrorismo. Sono questioni estremamente complesse e sfaccettate ma, il terrorismo a cui faceva riferimento, in estrema sintesi, si può considerare un fenomeno politico da un lato, e sociale dall’altro. Socialmente parlando, l’assenza di senso d’appartenenza, il non sentirsi un membro riconosciuto e accettato della propria comunità così come, dal punto di vista politico, il non sentirsi parte del processo decisionale della propria comunità, da cui il senso di sconforto e l’assenza di speranza nella possibilità di giocare un ruolo nella vita collettiva, sono dei catalizzatori per la motivazione individuale nel compiere atti terroristici e nell’unirsi a gruppi terroristici. Esistono poi delle ragioni nella “Grande politica” o geo-politica del post-guerra fredda: conflitti fra siiti e sunniti, la guerra in Afghanistan e le conseguenze di numerosi eventi chiave del fatidico 1979 che richiederebbero ulteriori approfondimenti.

Come ci si sente, alla tua età, nel ricevere un riconoscimento così importante a livello nazionale e non solo?

È un onore enorme ricevere una decorazione della Repubblica a 17 anni, ma anche una grande responsabilità. Questa onorificenza però non è tanto un attestato individuale quanto e soprattutto un riconoscimento collettivo al lavoro che UNICEF e i particolare le migliaia di giovani di YOUNICEF portano avanti in Italia, come pilastro fondamentale dell’impegno a favore dei più piccoli e come catalizzatore per la partecipazione e la cittadinanza attiva dei giovani.

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