Attualità

L’essenza e il modo infinito del verbo “educare”

L’atto di educare ha una data di inizio, nei primi mesi di vita del bambino, ma non di fine. La società è in continua evoluzione e ogni individuo è portato a cambiamenti, che, accettati o no, lo influenzano, soprattutto se soggetti a Legge.

Un cenno del verbo “educare”, al modo e nel significato infinito, viene indicato nel  Corano:” Ci si educa”, ovvero si impara da soli. Le istituzioni scolastiche, universitari e i centri di incontro, in particolare quelli religiosi, svolgono un ruolo cruciale, dopo la famiglia, nell’ educazione, tuttavia il senso oggettivo si riferisce all’impegno che la persona è disposta ad accettare nel ricevere insegnamenti.  E’ fondamentale la figura dell’ educatore. L’educatore perfetto non esiste, come nemmeno il genitore. la perfezione, in sé, non esiste, ma una dote è necessaria, al fine di svolgere al meglio il proprio compito: l’ empatia. Egli deve saper leggere negli occhi e negli atteggiamenti quello che il ragazzo non sa o non vuole esprimere: alcuni dettagli possono essere segreti e innocui, altri, invece, possono rappresentare problematiche ben più profonde e che meritano di essere conosciute da adulti, esterni al nucleo familiare, affinché sia possibile intervenire in tempo, e non ascoltare notizie di cronaca in cui i minori sono vittime, che nessuno ha mai attentamente ascoltato.

Un altro concetto che viene ben illustrato in un libro, dal titolo omonimo, è quello di intelligenza emotiva. Daniel Goleman, il suo autore, nel 1995 ,ha introdotto nuove riflessioni nella sfera psicologica e manageriale, che possono essere utilizzate nelle varie circostanze. Egli indica due assunti: le emozioni sono distinte secondo una loro intelligenza e vanno ascoltate e valutate; le emozioni, sia positive sia negative, vanno manifestate, poiché altrettanto preoccupante è un individuo indifferente alle vicende che gli si presentano.

Prima di immergersi nel fantastico mondo dell’educazione, il professionista deve conoscere bene sé stesso seguendo anche un percorso di analisi e saper gestire le proprie emozioni

Educare è una missione ed è sinonimo di insegnare: infatti di fronte a un comportamento errato un adulto chiede al ragazzo chi gli ha insegnato l’educazione. Imparare le buone maniere non deve essere frustrante: un bambino ha diritto di ricevere informazioni su come gestire la propria esistenza, poichè dispone di un oceano vuoto, da colmare con uno stile di vita idoneo alla sua età, ma inziando anche a spiegargli valori che lo seguiranno in ogni passo che compie.

In questi mesi di totale sconforto, mischiato a qualche barlume di entusiasmo, lo Stato non si è particolarmente preoccupato dei più giovani, ma numerose anime buone hanno proseguito, in maniera più o meno efficiente, il loro compito di educatori, sia in presenza, quando è possibile, sia a distanza.

Sarebbe bello, anche se in parte utopistico, che gli adolescenti da Tik Tok imparassero, coreografie parte, anche qualche valore da condividere, filmandolo in un gesto e non la rissa, a tempo di musica, o un’acrobazia ad elevato rischio.

Molti educatori si sconfortano quando non vedono risultati, soprattutto se non sentono l’appoggio della famiglia, ma non devono rinunciare a quella che, in realtà, consapevoli no, la loro missione. Il Sessantotto, l’anno delle rivoluzioni per antonomasia, urlava: Senza padri né maestri, tuttavia, oggi, il modello educativo in vigore è meno rigido e, di conseguenza, sono necessarie alcune norme, di cui i ragazzi devono comprenderne l’utilità, altrimenti essi pensano di vivere “liberi” in un mondo del quale conoscono poco o nulla, con imprevisti che non saprebbero gestire.

La critica all’ asimmetria della relazione educativa è un punto sul quale occorre discutere, poiché un educatore deve far comprendere al proprio gruppo che, data l’esperienza e le responsabilità verso di esso, può concedersi qualche rimprovero, nel momento in cui uno o più membri non si attengono alle regole stabilite. Non è prevaricazione, l’interlocutore gestisce più destinatari e scambia informazioni, al fine di creare un’ affinità, in un contesto che può essere di formazione o ludico, ma che il giovane deve riconoscere come punto di riferimento. Crescere non significa sacrificare il “fanciullino” che è in ciascuno di noi e, di conseguenza, è bene ringraziare coloro che, con una differenza più o meno notevole di anni, sono disposti a porgere una mano, accompagnando, le nuove generazioni, in quel cammino inerpicato che è la vita.

 

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