Cronaca

Quando l’ignoranza supera l’amore

Tutti avrete sentito il caso di Malika Chalhy, la giovane cacciata da casa, dopo aver dichiarato, attraverso una lettera, la sua omosessualità. Preparata agli schemi mentali preconfezionati dei suoi genitori, fratello compreso, la ragazza si sarebbe attesa lamentele, paure e un castigo. Invece, la sorpresa ha creato un effetto ancora più devastante: la SUA famiglia le ha vietato di rientrare tra le mura, nelle quali è cresciuta, e, ora, ottenendo una visibilità mediatica, com’è corretto che sia, l’ha minacciata, perché consapevoli che rischiano una condanna.

La vicenda lascia sbigottita qualsiasi persona razionale: un figlio lo si accetta per com’è e, è bene ribadirlo, l’omosessualità non è una malattia: fino al 1990, fu considerata una deviazione della psiche, inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), ed è già grave che abbiamo quasi salutato un Millennio di civiltà e innovazioni con questa convinzione.

Malika non ha scelto di innamorarsi di una sua simile: è accaduto come può accadere a chiunque. Quanti eterosessuali, sposati, con figli, in età matura, non si riconoscono più e, privi di emozioni, con coraggio, ufficializzano la loro natura e ritrovano un equilibrio migliore, che giova anche alla famiglia creata dal legame precedente.

La colpa, consciamente uno, è dell’arretratezza che regna nella famiglia di origine: non è un’affermazione razzista, essendo loro musulmani, poiché molti cattolici, buddisti, atei e ancora potrebbero reagire nello stesso modo. Quando avrete ascoltato i messaggi vocali che la madre le ha inviato vi si sarà accapponata la pelle. Madre? Come si fa a definire madre un essere rozzo e aggressivo nei modi, a partire dal tono di voce? Lei si preoccupa che la figlia venga additata come lesbica, rovinando la reputazione della sua parentela: il lato assurdo è che, proprio comportandosi in questa maniera, è la madre stessa ad aver rovinato l’onore della famiglia, oltre che l’esistenza di un viso simpatico e ancora adolescente come quella della nostra Malika. Sì, nostra, poiché chi di noi non l’ha sentita come sorella, figlia o nipote? Ci vuole coraggio nello sbattere fuori dalla propria vita l’individuo che, ventidue anni prima, hai partorito e, a volte, lo hai atteso ancora prima di concepirlo.

Malika, oltre a essere ormai un simbolo per l’approvazione del disegno di legge ZAN, ha scelto di raccontare la sua esperienza, facendosi portavoce di molti coetanei e coetanee che, a differenza sua, non hanno ancora deciso di compiere l’unico passo che li renderà normali: ovvero credere in sé stessi come persone.

L’unico raggio di sole che la lega al suo passato è l’amore per una ragazza, prima sua amica, che le è vicina e con cui continuerà una storia d’ amore, da far invidia alle coppie tradizionali.

Quando c’è l’amore e, in questo caso l’appoggio di una quasi intera nazione, rimane solo un atroce dolore di un gesto, compiuto da coloro che dovrebbero amarti a prescindere.

Alla giovane attivista dobbiamo dei ringraziamenti, poiché è l’esempio di una lotta che continua dalla notte dei tempi, ma che non perde fiducia in un riconoscimento.

 

 

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