Cultura e Musica

Immersione a 883 gradi negli anni Novanta

 

Lo scorso 30 marzo, la casa editrice Sperling and Kupfer ha pubblicato un libro o, forse, una guida turistica, dedicata a un luogo del passato, che, ora, è in parte impossibile da visitare.

Coloro che ne possiedono i ricordi sono fortunati; gli altri, più giovani, hanno il diritto di sapere che è esistito un tempo in cui sognare era lecito, ma di non abbattersi: come tutti gli eventi storici ritornerà anche quello.

Gli anni Novanta, quel decennio prima di entrare nel nuovo millennio, ed ecco una rima, quando l’era analogica incontra quella digitale e inizia l’inizio…della fine? Non in tutte le accezioni: con questo isolamento forzato, il Web ha aiutato, ampiamente, a restare in contatto con la realtà esterna, lavorando e divertendoci con sciocchezze varie, che rendano lucida la mente e aiutino ad affrontare momenti di crisi.

Gli anni Novanta hanno conosciuto problematiche di ogni tipo, ma il cruccio vero e proprio, quasi buffo, ma, all’epoca, allarmante, era cosa sarebbe accaduto alla 00:00 del 1° gennaio 2000.

Io maneggiavo da circa un anno il mondo dell’informatica e ne ero già invaghita, senza esagerare, come alcuni ragazzi degli anni a venire, ma non capivo cosa fosse il Millenium Bug: ora, che navigo e molti dati li conserviamo in Rete, comprendo la paura dell’umanità, nei confronti di questo virus, che avrebbe provocato la loro distruzione, mandando in tilt intere aziende e banche, una catastrofe, per semplificarla in una parola.

La quotidianità dell’italiano medio, invece, era molto più semplice ed è spiegata bene, con slogan e citazioni, da Max Pezzali, l’autore del libro, simbolo, non solo musicale, di quegli anni.

Offro una recensione di questo intenso amarcord, rivisitato con una me protagonista, prima bambina che iniziava a cantare solo ascoltando le audiocassette, poi, da scolaretta, imparando a leggere i testi delle canzoni, pubblicati su Sorrisi, Canzoni e Tv. A proposito di testi, conservo ancora un inserto, uscito nel gennaio del 1996, che conteneva le raccolte dei brani più ascoltati dell’anno precedente, tra cui Senza averti qui e Finalmente tu, in cui, a fianco, compaiono due giovani ragazzi, Max e Fiorello. Il legame era amicale, ma anche “testuale”: Max aveva voluto che un suo brano fosse interpretato dall’ “l’uomo con il codino”, famoso nelle piazze di tutt’Italia, come mattatore. “Quattro amici che citofonano giù…” e adesso quali amici citofonano? Ormai, siamo quasi tutti vittime di messaggi, spesso, poco evocativi: la fretta e, poi, arriva una pandemia e inizi a comprendere il significato del tempo.

Max nomina l’autoradio come un oggetto di valore: in effetti anch’io ricordo molte persone che, essendo estraibile e ricercata dai ladruncoli, la portavano con sé; personalmente, ero più da “lettore cd”, come oggetto “sacro”, da esporre nella mia cameretta. Le cantate e i balletti improvvisati sulle sue note: mi innamoravo ascoltando Come mai e Nessun rimpianto, non sapendo ancora cosa fosse l’amore. Alle elementari, in effetti, preferivo scatenarmi con: Nord, Sud, Ovest, Est, Tieni il tempo, Non ti passa più, Nella notte, che avevano una melodia dance. Ballavo da sola, con le amiche, in casa o alle feste, in piscina e in oratorio: quanti abbiamo battuto le mani al tempo di quelle canzoni, citate poco fa? Quanto sognavamo di capire dove abitasse precisamente Max? Pavia, i genitori con il negozio in centro, città non distante da noi di provincia, ma, al tempo stesso, così lontana per una bambina di circa dieci anni. Quando si è piccoli tutto sembra avvicinabile e, proprio quando sei lì, dopo anni, tutto ti sfugge: il concerto che attendevo a Pavia, nella cornice del Castello Visconteo, dovette “saltare”, per un altro appuntamento, meno entusiasmante, che aspettava me e io aspettavo lui, da ormai quattro anni: un intervento maxillo-facciale. L’ironia del destino volle che il concerto si tenesse proprio la sera prima della mia partenza per Asti, dove sarei stata ricoverata, ovvero il 7 settembre 2008. Quell’ intervento avrebbe cambiato molto di me, sia fisicamente sia interiormente, e, in un certo senso, ancora una volta le canzoni di Max erano dentro di me, a dirmi che sarebbe andato tutto bene.

Le sue parole semplici, ma piene di significato, le sue battute, il suo essere fraterno: egli è una filosofia fatta persona. Non è l’uomo che incroci in giacca e cravatta, ma quel suo stile sportivo, che gli dona anche a oltre cinquant’anni, ci fa ricordare come sia possibile fermare il tempo, se lo vogliamo, nella nostra immaginazione. Max c’era nelle cotte, nelle delusioni, nelle corse in bici in mezzo alla campagna e nella mia prima avventura in auto, sulle colline dell’Oltrepò pavese, meta che lui stesso ambisce. Io in auto, lui su una Harley Davidson, ma questa è un’altra storia.

Il mio primo compact disc la raccolta dei suoi brani intitolata gli anni con la doppia copertina di un altro artista pavese a me allora sconosciuto Marco lodola ora la città ma non solo Pavia e cosparsa di sue statue e immagini luminose

Max si definisce con aggettivi molto umili e, in un mondo di arroganti, ce lo fa ancora più amare: che lui abbia fiducia in se stesso o no, se un ragazzo, neodiplomato, in un’ epoca in cui i social erano ben lungi dall’ esserci utili a “farci conoscere”, inizia in uno spazio casalingo, quasi in silenzio, per non disturbare famiglia e vicini, e arriva a fare sold out, in più date consecutive, occupando palazzetti dello sport giganti, come il Forum di Assago, sfiorando anche San Siro, rimandato per cause purtroppo di forza maggiore, qualcosa di buono, anziché di nuovo, egli l’avrà.

In realtà, lui, il progresso l’aveva conosciuto nell’anno in cui sono nata: il 1988. Con un amico, già all’interno del settore discografico, stava compiendo i primi passi nel mondo musicale e, con i suoi lavoretti, riuscì ad acquistarsi i primi strumenti per concretizzare quel suo ideale di diventare un cantante, o almeno musicista, ispirandosi alle rock band del momento, molte delle quali note solo agli addetti ai lavori. Insieme, raggiunsero New York: le emozioni di quel viaggio traspaiono da, come si definisce lui, giovane provinciale in una voragine di euforia, poiché aveva conosciuto il cosiddetto mito americano.

La prima volta in cui, non mi sembrava vero, lo incontrai di persona fu il 18 maggio 2013, seduta nel dehors del celebre locale Demetrio, allora affiancato alla storica pellicceria Annabella.

Ospite per raccontare la sa pavesità, venne introdotto da una ragazza, molto coinvolgente. Non so quanti, tra i presenti nel pubblico, sapessero che era la sua nuova compagna, quella che gli ispirò brani più recenti, da brivido, come L’universo tranne noi. Nelle interviste, invece, ribadisce il suo cambiamento di idee nei confronti di La regola dell’amico, quasi un mantra degli anni ’90: l’incontro con Debora divenne l’eccezione: prima erano amici, poi fidanzati e, ora, marito e moglie. Non dimentichiamoci della bionda creatura, che ha, ormai, undici anni e insegna a Max come gestire le tecnologie: Hilo, il figlio nato dalla precedente relazione. Quel bimbo che conosce Roma quanto Pavia e Pavia quanto Roma, con il nonno paterno, come noi che abitiamo in zona, va a fare le passeggiate lungo il Ticino. Quando Max diventò papà sembrò la fine di un’era: quella celebre del bar Dante, oggi ristorante cinese, ma che gli amici di un tempo vorrebbero far riaprire, quella della sala giochi, che per tutti era una seconda casa e quella del Celebrità. Pochi anni prima, anche la sua Regina pare avesse avuto un bimbo, ma dimostrava ancora una bellezza mozzafiato.

In attesa di una nuova pseudo-libertà, Max ti ringrazio per questo viaggio indietro nel tempo, con curiosità che non sapevo perché da piccoli non si può comprendere tutto. Un dettaglio non è cambiato: sono una tua fan dal 1993, quando Hanno ucciso l’uomo ragno fu una delle mie prime canzoni che imparai solamente attraverso l’ascolto e di cui conservo ancora la mia voce registrata. Un cimelio, anche se la carriera di cantante, nel mio caso, non avrebbe conquistato molto pubblico.

Quando sarà possibile, ci vedremo: non ti ricordi di me, perché eravamo in centinaia e perché sei solito abbracciare il tuo amato pubblico, ma io, invece, mi ricordo bene del nostro incontro ravvicinato, nella libreria principale di Genova, al firmacopie: era il giorno del mio compleanno e tu mi facesti gli auguri sia a voce sia come autografo. 27 anni e, finalmente, ho scambiato qualche parola con il “mio” Mito. Grazie mille! Ops, ho di nuovo citato una tua canzone, titolo dell’album uscito alla fine del 1999, come chiusura di un millennio tormentato, ma di cui qualcosa si è anche salvato. E, nel tuo libro, lo hai saputo ben esprimere.

 

 

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