Appunti e Disappunti

Partiti compatti, Mario Draghi ci prova

Riflessione del politologo Lorenzo Ivaldo

Nel nostro articolo del 31 gennaio u.s. scrivevamo che la “transumanza” dei parlamentari verso un ipotetico Conte ter si era interrotta causa il convincimento che il Capo dello Stato non avrebbe aderito alla richiesta che gli veniva dalle Forze di estrema destra di sciogliere immediatamente le camere e tenere le elezioni politiche entro questa primavera per evitare il “semestre bianco” che incomincerà a luglio prossimo. Nei giorni seguenti politici più avveduti sono andati ad informarsi sulla lettera e sulla prassi costituzionale su quale governo avrebbe gestito le eventuali elezioni anticipate.
Il precedente è del 1987, quando il 17 aprile si insediò il 6° governo Fanfani, succeduto al Governo Craxi dimissionario in data 3 marzo 1987.
Le consultazioni videro prima l’incarico ad Andreotti che accettò con riserva e rimise il mandato il 25 marzo 1987. Successivamente, il 27 marzo, ci fu un mandato esplorativo a Nilde Iotti, Presidente della Camera dei deputati, che dopo due giorni di “esplorazioni” rimise il mandato. Allora Francesco Cossiga, il Capo dello Stato dell’epoca, rinviò il Governo Craxi alle Camere, malgrado il parere contrario di tutti i Partiti. Evidentemente l’esito della votazione sulla fiducia fu negativo quindi Craxi si dimise nuovamente.
Dopo un tentativo abortito di Scalfaro di provare a fare un nuovo Governo, vi fu dopo l’incarico a Fanfani che formò il nuovo Governo e il 28 aprile si presentò alla Camera dei Deputato non ottenendo la fiducia. Conseguentemente Cossiga sciolse le Camere e si andò alle elezioni con il Governo Fanfani in carica per gli affari correnti. Dopo le elezioni il Governo Fanfani, il 28 luglio, fu sostituito dal Governo Goria.
Ho ricordato questa pagina di storia perché qualche spiritoso, mal informato sulle procedure costituzionali, pensava e diceva che le elezioni anticipate, qualora il Presidente Mattarella avesse deciso di sciogliere le Camere, sarebbero state gestite dal governo Conte bis. Ciò perché il Governo Conte non era stato sfiduciato dal Parlamento, dimenticando che era in carica per gli affari correnti essendo dimissionario. La prassi, sempre seguita nella Repubblica Italiana, è che il Capo dello Stato scioglie le Camere dopo che il Governo è stato sfiduciato.
Infatti Giuseppe Conte (che conosce bene il dettato e la prassi costituzionale) era assolutamente contrario a dare le dimissioni.
Fu solo convinto a questo passo, a seguito di una minaccia di voto contrario del Senato dopo la relazione del Guardasigilli Bonafede. Minaccia che era molto concreta tenuto conto che, oltre Italia Viva che aveva preannunciato il voto contrario, erano contrari anche pezzi del PD e del gruppo misto. Era evidente che rebus sic stantibus, il Governo sarebbe stato, di fatto e di diritto, sfiduciato. Per evitare ciò, Giuseppe Conte si dimise confidando in un reincarico. Sbagliando clamorosamente!
Il professor Eraldo Fossati, docente di Economia alla Facoltà di Economia e Commercio, ricordava sempre che Vilfredo Pareto (un grande economista di origini genovesi, morto 98 anni or sono, di cui il prof. Fossati era discepolo del pensiero economico) diceva che “…l’economia è un’applicazione della matematica al fenomeno scarsità…”. Si parva licet componere magnis ( traduco per quelli che non hanno fatto il liceo classico: “se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi”) parafrasando Pareto, avendo seguito le vicende politiche locali e nazionali politica, da circa 60 anni, mi sono convinto che la politica si possa definire un’applicazione della matematica al fenomeno comunicazione.
Nel mio precedente articolo avevo sostenuto, in sintesi, che il Presidente Mattarella non aveva intenzione di sciogliere le Camere.
Questo convincimento, motivandolo con argomenti inoppugnabili, il Capo dello Stato lo ha esternato in televisione dopo la rinuncia di Fico.
Malgrado ciò, alcuni politici e commentatori, non avevano ancora capito che l’incognita negativa riguardante lo scioglimento del Parlamento, nella equazione generata dalla crisi, non era più una variabile ma un dato certo dell’equazione.
La sera del 2 febbraio stavo seguendo la trasmissione di Giovanni Floris dove c’era anche Bruno Tabacci (che è un vecchio professionista della politica, di fede Democristiana) ed assistevo alle contorsioni degli ospiti di Floris che commentavano le dichiarazioni di Vito Crimi (che Massimo Bordin definiva “un gerarca minore”) i quali paventavano che il Movimento 5S potesse mettere il veto su Draghi.
A quelle affermazioni Tabacci rideva, con abbondevole compatimento!
Mercoledì 3 febbraio, re melius perpensa, non c’erano più convincimenti radicati come alcune ore prima e oggi, venerdì 5 febbraio, anche la Lega è possibilista sul fatto di partecipare al Governo guidato da Mario Draghi, mentre Forza Italia sta già valutando quali Ministeri andare ad occupare. L’unica che ha continuato a dire che non parteciperà al governo è Giorgia Meloni che intravvede praterie in cui scorrazzare se rimarrà l’unica forza di opposizione.
Una prima cosa emerge evidente, in questo momento, che la partita si gioca fra i professionisti della politica contro una banda di dilettanti presuntuosi (e anche, politicamente, un po’ sprovveduti – come i dirigenti dei 5Stelle -).
Fra i professionisti il primo posto va accreditato a Matteo Renzi che fino ad oggi ad ottenuto tutti gli obbiettivi che si era prefissi. Il secondo posto lo attribuisco a Silvio Berlusconi il quale, già da prima che il Capo dello Stato convocasse Draghi, aveva caldeggiato il “Governo dei migliori”.
Fra i centrocampisti va valutato il ruolo di Bruno Tabacci che ha fermato la transumanza quando ha capito che non ci sarebbe stato lo scioglimento delle Camere ed ha, ad ogni buon conto, rimpinguato il proprio gruppo con alcuni numeri che potranno diventare, a gioco lungo, determinanti.
Se il Governo Draghi si dimostrerà all’altezza della fama del “professore”, fra un anno i potenziali aspiranti a ricoprire la Presidenza del Consiglio, sarà meglio che si diano da fare per far eleggere Mario Draghi, Presidente della Repubblica. Così e solo così (promoveatur ut amoveatur) il posto di Presidente del Consiglio ritornerà a disposizione dei vari “Giuseppi” che emergeranno

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