Cultura e Musica

Un Sanremo da ricordare

Il settantunesimo Festival di Sanremo volge al termine ed attenderemo la proclamazione del vincitore di questa inconsueta edizione, che ricorderemo, senza dubbio; e comunque, nonostante tutto, un’altra placca  di bronzo, realizzata dalla Fonderia Sancisi, sarà aggiunta all’ oltremodo civettuolo arredo urbano che  segna, nel mezzo, il percorso di via Matteotti e, ogni anno, si allunga di un inserto con il titolo della canzone che vince il Festival.

Lo spettacolo ha occupato la settimana, come tutti gli anni,  suscitando interesse e commenti da tutti i fronti, come sempre, ed è stato all’altezza della sua rinomanza e della sua sontuosa e grandiosa apparenza. Ma pure  le polemiche di sempre non sono mancate ed anzi, quest’edizione, sarà ricordata, tra l’altro, perchè segnata da una “bocciatura” iniziale che, speriamo, venga meno in questa ultima serata, stando ai dati di “audience”, perchè da subito si è parlato di ascolti in calo e di disinteresse del pubblico. Aldo Grasso, sul “Corriere”  del 4 marzo, ha cercato di sviscerare il caso, imputando il parziale, o meglio, apparente, nei giorni scorsi, insuccesso, alla sala dell’Ariston vuota, senza il pubblico che sostiene lo svolgimento dello spettacolo, senza  l’affollamento che rende l’evento una “festa”! “I finti applausi rendono tutto finto, perché manca il calore, perché manca il colore (sembra un Festival in bianco e nero)” Cosi scriveva Grasso e si spingeva, succesivamente in  considerazioni più profonde e “filosofiche”; assistere al Festival di Sanremo, in questi tempi di angustie fisiche e psicologighe dovute allo stramaledetto Covid, genererebbe in noi una sorta di “senso di colpa”  per aver osato esulare dalle afflizioni che il periodo comporta! “ Allora, forse, dobbiamo fare una riflessione sul contesto in cui è capitato questo Festival, sulla missione salvifica di cui era stato investito (qualche sera a non parlare di Covid, qualche sera senza i virologi, qualche sera di spensieratezza…), sul nostro stato d’animo di spettatori (forse sulla nostra cattiva coscienza, quando il divertimento è vissuto come un senso di colpa di fronte a tutti quei morti)”, così ancora si esprimeva Grasso; anche Beda Romano, cui in settimana era affidata la conduzione di “Prima pagina” di Radio Tre, ha affrontato l’argomento, partendo appunto da tali osservazioni. Ma io so di esercenti che hanno rifiutato di vedere il Festival “per protesta” , ritenendo dispendioso il costo della manifestazione, soprattutto per quanto riguarda i “cachet”, pur sempre sostenuti, attribuiti ai conduttori, in confronto alle restrizioni imposte agli operatori commerciali, ed ai relativi mancati guadagni, – significativa ed emblematica la cancellazione – apparentemente rinvio –  della stagione sciistica, pertanto, secondo tale punto di vista, avrebbero dovuto prevalere la sobrietà ed il “basso proflo”, ed il Festival avrebbe dovuto essere rimandato a tempi migliori! Pertanto anche tale atteggiamento potrebbe aver influito sul calo degli ascolti iniziale.

Io ritengo che, se il Festival di Sanremo fosse stato rinviato, per quanto non mancassero buone ragioni a chi ciò sostenesse, non avremmo avuto nemmeno il Festival, si sarebbe rinunciato ad una tappa artistica fondamentale e ad un espressione fondamentale della canzone italiana, nota a livello internazionale, e  sarebbe stata una vittoria in più per il Covid. Pur sempre il Festival, inoltre, significa promozione della città di Sanremo e, con essa, della Liguria, e questo sarebbe stato irrinunciabile, in prospettiva del ritorno di tempi migliori.

Il Festival è ed è stato bello,  ci ha regalato emozioni e , come le altre volte, nostalgia del passato cui esso stesso ci lega ed ancora stasera, la presenza straordinaria di Ornella Vanoni, che si è esibita in una rapida rassegna di alcuni dei brani cui è legata la sua notorietà, lo ha sottolineato!

 

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