Attualità

La parola ai commercianti pavesi

Pomeriggio lavorativo, con alcune persone di ogni età che passeggiano, nessun assembramento e due volanti che girano per le vie principali della città. Tutto sembra funzionare, anche se è stato amaro entrare nei pochi negozi aperti e notare gli occhi delle commesse brillare: non è una metafora, poiché una ragazza mi ha raccontato la situazione della zona centrale, ovvero la più frequentata, e il suo è uno dei pochi negozi aperti, in tutto il centro. Il. Un altro commerciante, nonostante le categorie di ristoro rientrino tra le più fortunate, mi ha assicurato che il problema è impossibile da immaginare, se non vi si è dentro e questo mi ha lasciato sgomenta: è comprensibile cosa significhi essere una delle location più alla moda, soprattutto nei finse-settimana, e, ora, non vedere nemmeno più un bicchiere di cristallo, anche non utilizzabile. Tutto è chiuso, nascosto, come fossimo in guerra.

Una breve chiacchierata come intervista.

Eppure Pavia non può e non deve inchinarsi: dopo queste festività, non devono più esserci vetrine sbarrate o, peggio, commesse al loro interno, ma isolate, che lavorano e ordinano i pacchi per le l’e-commerce.

Ho assaggiato un cocktail in un bicchiere d’asporto e non esprimo il cambio di gusto. Frivolezze, se le confrontiamo con i pazienti di Covid19, ricoverati, nei reparti per cure intensive.

Il punto su cui vorrei ragionare e tento di far ragionare, spesso, con riflessioni non comprese, è che, oltre a: famiglia, lavoro e salute, ovvio non di certo scarsamente importanti, l’essere umano, a qualsiasi età, necessita di un “momento ludico”. Sì, il gioco non è un’attività esclusiva per l’infanzia: lo afferma anche lo psicanalista, a inizio Novecento, Sigmund Freud. Esso va esteso senza differenze di età: il cervello e l’anima devono creare, sfogarsi ed essere “leggeri”, che non è sinonimo di “banali”.

Esco, dopo qualche informazione che credo sia esatto divulgare, poiché il compito di noi, redattori, è quello di dar voce a coloro che svolgono le loro attività, o le chiudono, ma non vengono ascoltati e, almeno, retribuiti dalla Legge. Dopo oltre un anno di continue chiusure e false speranze, oserei dire che non è più possibile etichettare un prodotto o un servizio di prima o seconda importanza.

Il sole che si nasconde, forse anch’esso esausto da tutti questi quesiti, che ci ossessionano, offre una visibilità abbastanza nitida del Bello che ci rimane: come gli edifici e monumenti storici, esenti da chiusure e, perlomeno, ammirabili dall’esterno. Infatti, anche se le visite guidate sono sospese, non mancavano passanti fermi ad osservare la mano della Natura e dell’ Uomo.

Pavia, io la conosco da ormai 19 anni, e, soprattutto negli ultimi 10, ho avuto modo di frequentarla in maniera più assidua e in diverse zone. In poche parole, la sento come la mia seconda città, pertanto mi sono goduta una passeggiata lenta, nel vero senso della parola: ovvero, cercavo di osservare tutto ciò che mi capitava, da un bimbo che saltellava, mano nella mano, del proprio papà, appena uscito dal lavoro, alla nuova esposizione su Picasso di Stefano Bressani, all’insegna di una via intitolata a una donna, Maria Corti, ex-docente universitaria.

I ritmi, ormai disordinati della nostra quotidianità, influiscono in modo assurdo sul benessere di ogni essere umano: rispettiamo e rispettiamoci. Dobbiamo uscire al più presto e riaccendere l’economia di una città che ha molto da offrire, senza scordarci di riaccendere anche l’energia che è in noi.

 

 

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