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FRANCO BASAGLIA E LA SUA ESPERIENZA: UN’ECCELLENZA ITALIANA CHE SI VUOLE CANCELLARE

Brevi cenni relativi ad una riforma psichiatrica che il mondo ci invidia e l'Italia vuole ripudiare

Nello scorso numero della rubrica Liberamente ho scritto di Italo Svevo e del suo romanzo La Coscienza di Zeno. Mi sono soffermato sull’importanza avuta dalla città di Trieste nella nascita della psicoanalisi in Italia. Penso di dover aggiungere un particolare al mio scritto, forse non a tutti noto: Nel 1867, Sigmund Freud, grazie ad una borsa di studio, soggiornò a Trieste e svolse la sua attività di ricerca presso (quella che all’epoca era) la stazione zoologica di Sant’Andrea (oggi Istituto Nazionale di Oceanografia). Negli scritti del padre della psicoanalisi pare che l’unico riferimento a quest’esperienza consista nell’aver apprezzato la città e le sue bellezze femminili. Soggetto delle ricerche di Freud a Trieste: Il dimorfismo sessuale delle anguille.

 

Desidero soffermarmi su alcune esperienze avvenute a Trieste alcuni anni dopo la presenza di Freud e il romanzo di Italo Svevo. Evidentemente la città Giuliana deve avere una forte propensione per le discipline inerenti la psiche.

Nel 1971 lo psichiatra Franco Basaglia ha assunto la direzione del manicomio di Trieste, funzione che eserciterà fino al 1979. Quest’esperienza è stata raccontata varie volte, secondo angolazioni diverse. Dato che ha suscitato vivaci polemiche, notevoli strumentalizzazioni, ampi fraintendimenti, invito i lettori alla consultazione di fonti “di prima mano”, quali alcuni  libri scritti da Franco Basaglia e dalla moglie Franca Ongaro, quali: L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, La maggioranza deviante e (a cura di F.B.) Che cos’è la psichiatria. Chi fosse interessato a documentazioni audiovisive, tralasciando sceneggiati, film e varie fiction, consiglio l’interessantissimo documentario di Sergio Zavoli: I giardini di Abele. L’audiovisivo è stato realizzato nel 1969 per la trasmissione Rai TV 7. Il filmato è in bianco e nero, testimonia la precedente esperienza di Franco Basaglia come direttore del manicomio di Gorizia, (dovreste trovarlo facilmente su Raiplay o digitando su Google).

 

Non è facile sintetizzare e far capire la “riforma psichiatrica” degli anni ’60 e ’70; a mio avviso le recenti polemiche relative al nuovo direttore sanitario della psichiatria triestina fanno capire l’enorme importanza e quanto sia controversa l’eredità lasciata da Franco Basaglia. Per alcuni il suo risultato migliore consiste nella legge 180/78, da molti ritenuto l’unica realizzazione concreta dei movimenti del 1968. Per far chiarezza bisognerebbe entrare nel merito di argomenti che non si possono trattare in questa rubrica, è mia intenzione fornire solamente alcuni chiarimenti ed indicazioni affinché il lettore possa orientarsi.

 

Franco Basaglia è stato spesso definito come antipsichiatra. Le polemiche relative ai suoi metodi e alla sua persona furono (in verità sono ancora) notevoli; bisogna ribadire come etichettare antipsichiatra Franco Basaglia sia totalmente errato. Egli si è sempre dichiarato contro la psichiatria della sua epoca, disciplina medica in cui le cure consistevano nell’utilizzo di camice di forza, terapie di contenimento (legare i pazienti ai letti), utilizzo punitivo degli elettroshock (a mio avviso il nome della terapia risulta già in sé altamente significativo, oggi la dizione corretta sarebbe TEC acronimi che significa terapia elettro convulsivante). Da questo punto di vista presumo che si possa affermare: “come non possiamo definirci tutti basagliani?”.

Quale medico utilizzerebbe mai strumenti terapeutici di questa entità? A oltre quarant’anni di distanza penso che nessuno intenda seriamente ripristinare modalità di cura oggi classificate come violenze, abusi e torture.

 

Uno dei cardini delle teorie basagliane consiste in ciò che è stato chiamato deistituzionalizzazione. Il temine è forse stato “volgarizzato” e reso noto ai più come: “ apertura dei manicomi”. Bisogna precisare che all’epoca in manicomio potevano entrare non solo “malati di mente”, ma anche omosessuali, orfani (a Gorizia e Trieste anche reduci della II guerra mondiale) e tutte le persone portatrici di disagio sociale. Per molto tempo coloro i quali entravano in un manicomio, ben difficilmente avrebbero potuto uscirne. Questa ed altre caratteristiche hanno fatto sì che i manicomi fossero assimilati ai campi di concentramento nazisti, in quanto inglobabili nella categoria di istituzione totale. Come già scritto, non abbiamo il tempo per analizzare in dettaglio l’argomento, al riguardo rimando il lettore al libro (studiato da Basaglia) di Ervin Goffman Asylums e all’interessante esperienza di Marco Cavallo. Marco Cavallo era un cavallo presente in manicomio, avrebbe dovuto essere portato al macello, ma i pazienti si opposero. Da questa vicenda è nata la scultura relativa a Marco Cavallo, un cavallo color azzurro, per i pazienti colore simbolo della gioia di vivere, che ha percorso gran parte dell’Italia al grido: “Marco Cavallo libero”. Incarnando così la volontà e il desiderio di tutti i pazienti psichiatrici. Rendo noto come il presidente della provincia di Trieste Michele Zanetti, politico appartenente alla D.C, abbia fornito notevoli aiuti e contributi per la realizzazione della riforma psichiatrica

 

La legge 180/78 è stata spesso denominata (e continua ad esserlo) legge Basaglia. Potrà sembrare incredibile, ma Franco Basaglia non avrebbe apprezzato questa paternità. Ogni legge è sempre frutto di compromessi politici. Basaglia era una persona pragmatica, ha preferito cercare di ottenere quella che sotto certi aspetti riteneva una legge in alcune parti pessima e inaccettabile, piuttosto che mantenere il quadro normativo precedente, per lui a dir poco inadeguato. Nella legge 180/78 una tematica risultava particolarmente indigesta per Franco Basaglia: il T.S.O (Trattamento Sanitario Obbligatorio), che significa l’intervento della forza pubblica per obbligare un essere umano a a curarsi (contro la propria volontà):

se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici e se gli stessi non vengano accettati dall’infermo (art. 34 legge 180/78).

 

Vista la pandemia di coronavirus e il relativo dibattito sull’obbligo vaccinale, l’argomento è di notevole attualità. Per essere sintetici, Basaglia era fermamente contrario a questa norma (e a tutti i tipi di obblighi di cura), non avrebbe mai voluto che principi simili fossero inserito in nessuna legge. Era sua intenzione cercare di abolirla con successive modifiche. Si era ampiamente battuto per introdurre la responsabilità della decisione dell’obbligo di cura affidandola anche ad un’autorità politica, nel caso specifico il sindaco. Aveva previsto una limitata durata temporale (15 giorni rinnovabili) per la durata dei ricoveri.

 

La posizione di Franco Basaglia potrà sorprendere, però per evitare le cure obbligatorie egli aveva previsto una rete capillare e integrata di servizi alla persona, aperte per tutto il corso delle ventiquattro ore ( oggi si utilizza il temine h 24). Questa concezione della sanità, la quale richiama molto la medicina di prossimità ha evidenziato notevoli vantaggi: una relazione (più) umana tra operatori socio-sanitari (in genere in abiti borghesi e privi di camice), il reinserimento nella vita sociale degli internati, possibilmente tramite attività lavorativa e una maggiore sostenibilità economica (il sistema concepito da Basaglia costava meno rispetto agli altri).

 

Pur avendo elencato in poche righe i principi cardine della riforma basagliana, lascerà notevolmente perplessi il fatto che essa non sia mai stata sostanzialmente realizzata. L’ospedale San Giovanni di Trieste è stato chiuso nel 1977, ma il progresso delle idee basagliane in Italia non è stato rapido e trionfale. Non avendo spazio per occuparmi di un’evoluzione storica interessantissima e tormentata fornirò ai lettori solo alcune date significative:

Nel 1994 la legge finanziaria del governo di Silvio Berlusconi introduce delle norme che impongono la chiusura definitiva dei manicomi; due anni dopo, nel 1996 il governo Prodi ne dà attuazione. Nel 2012 una legge ha previsto l’abolizione degli O.P.G (ospedali psichiatrici giudiziari, definitivamente chiusi il 31 maro 2015) definiti dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “estremo orrore”.

 

Chi avrà fatto due rapidi conti avrà capito che il tentativo di attuazione della legge 180/78 ha richiesto solamente 37 anni.

 

 

 

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